Vittorio Feltri

Ma non sarà mica un conservatore? Più che un dubbio è una paura che mi prende vedendo Vittorio Feltri avanzare nel buio corridoio di direzione del Giornale, riccioli disciplinati da faunone maturo, vestitino stretto che non fa una piega, aria compassata e distratta proprio come dovrebbe averla un gentiluomo inglese. Nell'ufficietto che fu di Montanelli è cambiato tutto, ovvio. Molte piante. Al posto della vecchia scrivania un grande tavolo ingombro di disordine disposto strategicamente: tantissime cose, tantissima carta, ma niente è ammonticchiato, ogni cosa è isolata dalle altre, come i pezzi di un puzzle da montare. Il problema della parete alle spalle di Feltri dev'essere stato il più difficile da risolvere; quando c'era Montanelli quella parete intimidiva come un gigantesco biglietto da visita pieno di titoli nobiliari e riconoscimenti accademici: quadri d'autore con dedica, foto da inviato, foto con i più illustri maestri, prima pagine incorniciate. Feltri (sapendolo? non sapendolo?) ha fatto il duro e l'ironico, ora la parete esibisce soltanto una pagina del Giornale che tratta di ippica e una brutta crosta, ritratto di borghese barbuto dell'Ottocento: potrebbe essere suo nonno, immortalato nel vestito della festa da un amico che sciaguratamente si dilettava di pittura.

E poi si compiace di fumare la pipa, il Feltri. Ma vuoi vedere che è davvero un conservatore? Il dubbio sembrerà ridicolo a molti, che lo considerano un reazionario. Ma io non ci credo: lavorerei da cinque anni con un conservatore?

Ma tu sei un conservatore?

Non risponde subito, mi guarda con la stessa aria perplessa che dovevo avere io mentre glielo chiedevo, però lui sta pensando: "Ma che è diventato scemo?"

«Io mi sento un anarchico.»

Ah, ecco. Ma come concili l'anarchismo con il tuo appoggio alla destra, il desiderio di ordine...

«Perché io sono uno che non ubbidisce alle gerarchie e non sono ordinato, e tutti quelli che non ubbidiscono alle gerarchie e non sono ordinati ambiscono a un mondo ordinato per potere poi trasgredire. Quello che davvero non sopporto è il conformismo. Per esempio, da giovane ero di sinistra, sai un socialista di quelli contrari al centrosinistra. A Bergamo era duro avere questa posizione, ti giuro, e nel '68 mi venne una rabbia a vedere che tutti i giovani improvvisamente, quand'era facile, diventavano di sinistra e rivoluzionari, anche i più bacchettoni e democristiani. Anche oggi, di fronte all'affermarsi di una certa destra, non è che divento di sinistra, però mi vengono delle pulsioni fortemente contrarie alla destra. A me non piace stare con i vincitori, il conformismo, la massa grigia mi danno un fastidio fisico, prima ancora che intellettuale.»

Perfetto. Le tue note biografiche dicono che sei nato a Bergamo il 25 giugno 1943 e che hai cominciato a lavorare a 19 anni per L'Eco di Bergamo; in mezzo, niente: vogliamo saperne di più. Da che tipo di famiglia vieni?

«Una famiglia piccoloborghese, mio padre era un funzionario dell'amministrazione provinciale, mia madre gestiva la concessionaria di un pastificio...»

Racconta disteso, a lungo, forse contento di non dovere rispondere alle solite domande su Berlusconi e sui giornali: la morte prematura del padre, le difficoltà economiche, i lavoracci per poter campare, i salesiani per poter studiare, ma a mano a mano che procede si imbarazza, e anch'io: sembra la storia esemplare di quello che comincia facendo il fattorino e poi diventa presidente degli Stati Uniti. Vogliamo raccontare la vicenda strappalacrime di un signore che ha uno stipendio di 41 milioni lordi al mese? Certo che no: tagliare, tagliare, concordiamo.

Però la storia professionale la voglio scrivere bene perché tu, da giornalista pressoché sconosciuto, sei diventato all'improvviso il fenomeno Feltri. Ma certamente sapevi già di essere Feltri prima di diventarlo davvero e un po' tardi, a 46–47 anni. Devi avere sofferto come una bestia.

«Eh.»

Allora, hai cominciato all'Eco di Bergamo, di proprietà della curia...

«Uno dei miei insegnanti mi raccomandò al direttore, monsignor Spada: "Senti, ho un ragazzo un po' svergol – in dialetto svergol vuol dire matto – però è bravo, fagli fare qualcosa". Monsignor Spada mi disse di fare qualche critica cinematografica. Io non sapevo nulla di cinema, non mi interessava il cinema, non mi è mai piaciuto il cinema, odio il cinema, però pur di scrivere... Poi cominciai a fare qualche pezzo di cronaca.»

A questo punto le biografie dicono che ti "scopre" Nutrizio, direttore della Notte. Mi suona fessa questa storia di un direttore che "scopre" un ragazzo di provincia: è rimasto fulminato da un tuo articolo?

«Macché. Nutrizio non mi scopre affatto. Dopo sei anni come collaboratore, all'Eco di Bergamo non mi assumevano mai. Io a 25 anni avevo già dei figli e avevo bisogno di uno stipendio. Seppi che alla redazione di Bergamo della Notte cercavano un praticante e mi presentai a Nutrizio, che mi fece un discorso brutale: "L'Eco di Bergamo è il giornale più brutto d'Europa e dopo sei anni non l'ha assunta?" Anzi, mi dava del voi: "Non posso che arguire che voi siate un cretino." Testuale. "Però vi voglio dare una possibilità: tre mesi di prova, e vediamo se non siete cretino, ma io penso che voi siate cretino." Dopo un paio di settimane scrissi un articolo su un delittaccio, Nutrizio mi chiamò e mi disse che ero assunto. Poi venni alla Notte a Milano e un giorno Gino Palumbo, che dirigeva il giornale concorrente del pomeriggio, il Corriere d'Informazione, mi telefonò, senza conoscermi, e mi disse se volevo passare lì. Naturalmente andai. Era il 1974.»

Ed eri già in ambito Corriere della Sera, stesso editore. Nel '77 Ottone ti chiama al Corriere e fai anche una discreta carriera, perché già nel '79 diventi caposervizio della politica. Ma rimani nell'ombra.

«Assolutamente nell'ombra. Non mi consentivano di scrivere! Fin dall'inizio mi misero seduto a passare i pezzi. Io lavoravo bene, me lo dicevano, e anche quelle poche volte che scrivevo mi dicevano bravo, però non mi facevano scrivere più. Morivo. Poi ho capito perché: non mi limitavo a non essere comunista, facevo l'anticomunista, e lì era un regime comunista. Per di più non ero un anticomunista collocabile in uno schieramento, tipo democristiano, per cui ci sarebbe stata la possibilità di lottizzare. No, io non ero collegabile e collocabile, quindi davo fastidio a tutti e non mi promuovevano mai. Volevo fare l'inviato: mi hanno fatto capo del politico perché lì occorrevano soprattutto capacità tecniche. Per dirti come ho vissuto quel periodo, guarda, io ho due sogni ricorrenti. Uno, va bÈ, è che volo a braccia aperte in mezzo a due ali di case, mi diverto moltissimo ma devo stare attento a non sbattere. L'altro è che torno al Corriere della Sera e salgo lo scalone e sudo e vedo i colleghi e sto malissimo e allora cerco il direttore e gli dico "come, devo rimettermi a fare il caposervizio?" Ma sento che devo farlo, perché devo vivere, mi sveglio e continuo a stare male. Succede almeno ogni tre mesi.»

Sono convinto che tu vuoi diventare direttore del Corriere, che è quello l'obiettivo della tua vita.

«Ah ah! Questo è il desiderio di tutti i giornalisti italiani, ma non ci penso, non ci penso mai.»

Invece credo che ti sia già fatto un programma e dato una scadenza per diventare direttore del Corriere.

«No. Assolutamente no. Io sono attaccatissimo al giornale nel quale lavoro, fino all'ultimo momento: non posso pensare a un'altra direzione finché sono al Giornale. E poi per diventare direttore del Corriere della Sera ci vogliono certe cose.»

Che cose?

«Spinte politiche. Io ho diretto quattro giornali e non ho mai avuto spinte politiche.»

Mettiamo che ora suona il telefono e è Gianni Agnelli: «Caro Feltri, mi diventa direttore del Corriere da domani?»

«Per prima cosa penserei a Mieli che è mio amico, e mi dispiacerebbe, ma se chiamano me vuol dire che a quel punto lui è già fatto fuori. Il secondo pensiero è che certo accetterei, ma porrei una condizione, perché so quali sono i problemi, lì: direi che bisogna abolire i patti Ottone.»

Non ne so niente.

«I patti Ottone sono un accordo interno, fatto tra il comitato di redazione e Ottone, per cui il direttore non può decidere in piena libertà, ad esempio, di passare un redattore dalla cronaca allo sport. Io non accetterei di dirigere un giornale in questo modo assembleare.»

Mi fai una panoramica rapida dei direttori che hai conosciuto al Corriere?

«Ottone era un bravo direttore, aveva parecchie qualità ma credo che abbia fatto più danni di chiunque. Voleva governare in pace il giornale, in sostanza, per cui è sceso a compromessi come con quei famosi patti. Di Bella era un altro bravo direttore, meno raffinato di Ottone ma un macchinista di grandissimo livello, anche se pure lui cercava sempre i compromessi con i gruppi di potere interno; probabilmente non poteva farne a meno. Per esempio, a un certo punto fu deciso che sarei diventato caporedattore ma Fiengo esercitò il suo potere ostativo; Di Bella mi chiamò e mi disse: "Sai, non fai parte della banda, non ti posso nominare", ci credo che ero incazzato.»

Facciamo finta che l'intervista sia per Topolino: chi era Fiengo?

«Era ed è uno dei duri sindacalisti di sinistra del Corriere

Del quale Agnelli ti ha appena nominato direttore. Che ne fai di Fiengo?

«Non mi è mica antipatico, personalmente. Anzi in fondo lo stimo perché è l'unico che ha fatto il capo del sindacato al Corriere senza trarne benefici concreti: ha avuto il potere, ma non si è fatto nominare caporedattore o inviato, e tutto questo me lo rende rispettabile, anche se l'ho detestato per certi suoi aspetti stalinisti. Mentre tutti quelli che hanno avuto ruoli analoghi hanno avuto qualche beneficio personale.»

Siamo arrivati a Cavallari, con il quale – ho letto da qualche parte – "litigavi tutti i giorni".

«Perché lui un giorno ti diceva una cosa, un giorno te ne diceva un'altra, senza un minimo di coerenza. Avevo capito che si era alleato con i comunisti, probabilmente per proteggersi, per continuare a restare su quella poltrona. Io credo che un direttore debba essere disposto a rinunciare alla sedia in cinque minuti, ma che non debba mai rinunciare alle proprie prerogative... Poi è venuto Ostellino e mi sono trovato da dio, non solo perché mi ha fatto inviato, ma perché Ostellino è forse l'unico direttore veramente di parola che ho conosciuto. Quando diceva una cosa era quella. Quanto a Stille, sai, è una persona di qualità, ma il giornale non lo dirigeva lui, lo dirigevano Neirotti e Anselmi, con i quali andavo d'accordissimo.»

Come ti sembra il Corriere di Mieli?

«Dal punto di vista tecnico è il migliore di tutti quelli che ho visto, e è anche il miglior giornale che c'è in Italia oggi. In prima pagina ci sono gli articoli di Galli della Loggia, di Panebianco, di Vertone, che vanno bene anche a uno come me. In cronaca ci sono dei servizi stimolanti, anche se spesso lo vedi che i cronisti danno un taglio di sinistra, e questo è noioso, per me. Però Mieli è bravissimo.»

Quanto diventasti direttore dell'Europeo una delle voci che correva, fra le tante, era che ti avessero messo lì per bruciarti, sicuri che non ce l'avresti fatta.

«Sì, correva anche questa voce, ma credo di essere stato scelto unicamente perché Fattori mi stimava.»

E dopo due mesi e mezzo di scioperi della redazione, che non ti voleva, hai quasi raddoppiato le vendite, in poco tempo. Però facciamo un passo indietro, alla tua prima moltiplicazione dei pani e dei pesci. Nel marzo del 1983 lasci il Corriere per andare a dirigere Bergamo oggi, concorrente dell'Eco di Bergamo: lo trovasti a 3800 copie e un anno dopo ne vendeva 9500. Come mai a quel punto non ti sono state offerte altre direzioni?

«Ma perché nessuno sapeva questi dati.»

No no, vennero pubblicati in un articolo su Prima del maggio 1984.

«Sì ma la grande stampa se ne fregava. E quando Ostellino mi disse che per me le porte del Corriere erano sempre aperte fu incauto, perché il giorno dopo ero lì.»

A me sembra che tu abbia, sì, una personalità molto netta come giornalista, ma anche un notevole camaleontismo nell'adattarla ai giornali. Cioè: a Bergamo oggi non tentavi di competere con L'Eco di Bergamo sul piano politico né sulla quantità di notizie, perché tutti i parroci della diocesi erano suoi corrispondenti. Così gli sottraevi lettori con inchieste di cronaca approfondite, di due-tre pagine. All'Europeo hai affrontato Panorama e l'Espresso interpretando lo sdegno popolare, Tangentopoli e la Lega. All'Indipendente hai fatto un giornale rivoluzionario per toni, grafica, accostamenti di firme, varietà di opinioni, perché era l'unico modo per distinguere e quindi risollevare un giornale moribondo; in pratica hai inventato non solo un tipo di quotidiano, ma hai anche formato una tipologia di lettore. Qui al Giornale, invece, hai trovato un lettore bell'e formato e che per di più ha poca voglia di cambiare. Ecco, mi sembra che qui, a differenza delle tre direzioni precedenti, invece di cavalcare vieni cavalcato dal giornale e dal lettore.

«Però anche qui... Inizialmente abbiamo perso circa 30.000 lettori, che però sono stati subito rimpiazzati con altrettanti lettori che sono arrivati dall'Indipendente. Non ho mai venduto una copia meno di Montanelli.»

Parliamo di cifre, allora. Quando sei arrivato, alla fine di gennaio, quanto vendeva il Giornale?

«135-140.000 copie, abbonamenti compresi. Oggi il Giornale fa anche schifo da tanto che vende: abbiamo chiuso novembre con 230.500 copie di venduto medio giornaliero.»

Però con la promozione del "Diario d'Italia". E prima?

«Abbiamo chiuso ottobre a 198.000 e settembre a 180.000. Il sabato e la domenica, quando non siamo promozionati, vendiamo dalle 195 alle 205.000 copie.»

A che punto questo giornale diventa un affarone?

«A 300.000 diventa una specie di Corriere della Sera, come redditività.»

Quando conti di arrivarci? Dillo tranquillo perché tanto ti dettero del pazzo anche quando prevedesti L'Indipendente a 100.000.

«Due anni. Cioè, questo giornale può guadagnare 50.000 copie l'anno. Si tratta di fare giustizia nel mercato, che è falsato. Perché non dico che il Corriere, La Stampa o Il Messaggero siano di sinistra, però mostrano delle simpatie a sinistra, e anche la gente che non ha simpatie a sinistra continua a comprarli per abitudine, perché ci sono i necrologi eccetera. Ecco, il Giornale può disporre di molti lettori in più, perché non è un giornalino, è un giornalone che può soddisfare in tutto i lettori. Diciamo che il Giornale può soddisfare il 50 per cento dei lettori ma finora abbiamo raggiunto solo il 10 per cento. Come mai l'altro 40 per cento non ci acquista? Secondo me perché non ci conosce, perché non siamo riusciti a metterglielo in mano, il Giornale...»

Un momento: mi rintroni con le percentuali. Se hai il 10 per cento con 200.000 copie e a disposizione c'è il 50 per cento significa che puoi arrivare a un milione?

«Naturalmente mi basterebbe un altro 5 per cento, appunto 300.000 copie.»

Bene. Però abbiamo interrotto il discorso sul cavalcare e l'essere cavalcati.

«Il primo problema era tenere i lettori di Montanelli, quindi non ho potuto dare uno scossone al Giornale. Ma l'abbiamo ritoccato molto lentamente, in modo che ora è completamente cambiato senza che nessuno dei vecchi lettori se ne sia accorto. Quindi non è del tutto vero che abbiamo dovuto rinunciare a fare il nostro giornale.»

Sì, certo, cambiata la grafica, sono cambiati molti collaboratori e così via. Ma non è cambiata quella che anche con Montanelli era la caratteristica più forte del Giornale, quell'anticomunismo un po' ossessivo e ossessionato, rituale, sparso in tutti gli articoli, anche quando non c'entrerebbe, un anticomunismo alla Guareschi ma molto meno spiritoso. Ti faccio un esempio: pochi giorni fa, in novembre, avevi in prima pagina una delle cose più brutte e sgradevoli che io abbia mai visto in un quotidiano.

«Ah.»

Era quella doppia foto con scioperanti a Roma e gente che spalava il fango nel Piemonte alluvionato. La didascalia diceva: "Operai scioperaioli a Roma, operai al lavoro contro l'alluvione." Ma che cazzo vuol dire, scusa! Se l'alluvione fosse stata altrove gli operai dell'altrove avrebbero spalato e quelli piemontesi sarebbero andati a Roma a manifestare. E poi, che vergogna quello scioperaioli che non fa neanche ridere.

«Hai ragione, era brutto.»

Ecco, in questo è il solito Giornale, nel suo aspetto peggiore. Mi chiedo se queste cose le fai perché ci credi o perché‚ credi che così piaccia ai tuoi lettori. «Guarda, il titolo l'ho fatto io, mi piaceva e lo rifarei: "A Roma si sfila, a Cuneo si spala." Il concetto era che per lo sciopero si poteva aspettare qualche giorno, se proprio si voleva farlo, perché c'era il problema del Piemonte. Foto e didascalia erano sbagliate, perché è vero che l'effetto era volgare. Purtroppo non è che posso vedere tutto. Allora capita che molti dei colleghi con i quali fai il giornale credono che tu voglia quel giornale un po' alla Guareschi, non riescono a capire che oggi non si può fare quel giornale, che certi schemi del passato sono superati e che devi trovare un nuovo linguaggio in modo da non essere un trinariciuto al contrario. Non puoi sempre distinguere fra "rossi" e "non rossi", certi schematismi sono superati. Credo che questo cambiamento si possa fare ma ci vorrà ancora del tempo: sono sicuro che riusciremo a trovare un equilibrio e un linguaggio diversi, perché anche a me non piace così.»

Oltretutto quel 40 per cento di lettori a cui punti non sente così forte il pericolo rosso, e anzi probabilmente è respinto da quell'aria da vecchio reazionario che il Giornale si trascina dietro, mentre non mi sembra che lo sia, non lo è...

«Non lo è. A volte ha delle posizioni, in alcuni commentatori, che possono essere assimilate ai vecchi reazionari. Insomma, quello che dici è giustissimo, anch'io avverto un certo disagio, però bisogna muoversi molto lentamente: perché noi siamo riusciti a conquistare 100.000 nuovi lettori assumendo posizioni nette, molto nette. Io di questo sono convinto: non ci si può più rivolgere alla gente con l'ambiguità…, con il dubbio, devi dire chiaramente da che parte stai. Quando la redazione è costretta, su mio suggerimento, ad assumere sempre posizioni molto nette – di "sì" o di "no", mai di "forse" – è facile scadere in un eccesso, in quella volgarità. Ma devi sempre essere chiaro, se no la gente non capisce: non perché sia cretina ma perché non ha voglia di perdere tempo a decrittare il tuo pensiero. Dunque l'estrema sintesi qualche volta rasenta la brutalità e la brutalità può sconfinare nella volgarità. Faremo meglio: tieni presente anche che abbiamo preso 100.000 nuovi lettori benché abbiamo diminuito l'organico e abbiamo chiuso quasi tutti gli uffici di corrispondenza stranieri.»

Alla fine, quanti se ne sono andati e quanti ne sono arrivati?

«C'erano 155 persone. Se ne sono andati 55 e ho fatto 18 assunzioni.»

Neanche a Uomo Vogue ho visto dei giornalisti così eleganti. Sei tu che li condizioni?

«Può darsi. Ma bisogna anche pensare che ho una piccola compagnia di giro, ci sono cinque o sei persone che mi porto sempre dietro, e ci si affeziona, probabilmente anche perché in qualche modo si è simili. Per esempio, Maurizio Belpietro oggi fa il vicedirettore vicario qui ma stava con me già a Bergamo Oggi

Ci credo, è bravissimo. Ti separeresti più volentieri da tua moglie o da Belpietro?

«Eh... Io da Belpietro non mi separo.»

Parliamo di giornalisti. Ti leggo una tua dichiarazione del febbraio 1992: «Secondo me nei giornalisti c'è una vocazione nascosta a fare le maestranze. Credo che la loro felicità massima sarebbe se in redazione venisse introdotto l'orologio e potessero timbrare il cartellino... Non accettano il rischio, non collaborano, vogliono gli straordinari, più ferie, rassicurazioni, benefit, protezione. È come nelle USL. Hanno conquistato la scrivania e vogliono tenerla lucida. E si adagiano, si intristiscono. Sono frustrati. Hanno paura». Credo anch'io che sia così, ma non me ne stupisco e non me ne adiro, perché non ho un'idea tanto nobile del mestiere del giornalista. Tu in fondo ti incazzi perché questo mestiere lo idealizzi, vorresti che tutti i giornalisti avessero due palle così...

«È vero.»

Ma perché mai dovrebbero averle? Conosci un mestiere in cui tutti sono audaci?

«Mi piacerebbe che fossero pieni di dignità, più che audaci. Dei professionisti che aspirassero a fare bene, non di avere gli straordinari, quindi che fossero capaci anche di mettersi in discussione, rischiare. Senza diventare eroi, però c'è una via di mezzo. L'equilibrio consiste nel saper conciliare le esigenze dello stomaco con quelle della dignità. I dirigenti aziendali per esempio possono essere licenziati in qualsiasi momento. Nei giornali non puoi licenziare nessuno, e questa sicurezza del posto ha fatto male ai giornalisti. Devi poter scacciare uno, gli dai tre anni di stipendio in modo che possa vivere e cercare un nuovo lavoro ma lo mandi via. Se uno non va bene a me va bene un altro, e se non va bene a nessuno... Il fatto è che viviamo in una società democratica ma non liberale: gli ordini professionali, tutti gli ordini, devono essere aboliti.»

La tua proposta, qui al Giornale, com'è andata a finire? Hai detto: facciamo un accordo economico interno, senza scioperi, e lasciamo perdere il contratto nazionale.

«Sì. Non è successo niente perché non è ancora cominciata la trattativa per il contratto nazionale. E non succederà nulla, perché anche al Giornale esiste l'assemblea, l'assemblea sovrana: qui quasi tutti si proclamano di destra. A parole. Poi quando parli con loro per più di cinque minuti ti accorgi che hanno una cultura, una mentalità di sinistra.»

Questo è un problema nazionale: per decenni è esistita quasi soltanto una cultura di sinistra e ha finito per condizionare anche chi di sinistra non è.

«Ecco, ci sono portatori inconsapevoli di cultura di sinistra. Così la mia proposta non passerà neanche qui.»

Come pensi che sarà questo mestiere fra cinque, dieci anni?

«Si andrà inevitabilmente a una concezione della professione più vicina alla mia, anche se ci vorrà molto tempo per liberarsi dalle incrostazioni del socialismo reale. Ci vorranno organici più leggeri, pochi redattori bravissimi, molti collaboratori e free-lance esperti nel loro settore e che sappiano scrivere.»

E gli editori? Tu hai avuto un vescovo, i Rizzoli, la Fiat, Zanussi, e adesso Paolo Berlusconi, un panorama piuttosto vario. Che idea ti sei fatto? Quanto a Zanussi, se puoi evitarci una querela... ne abbiamo già avute abbastanza, insieme.

«La Fiat è quella che ho apprezzato di più. C'è addirittura un distacco di tipo aristocratico da parte della Fiat, per cui non li senti proprio. Paolo Berlusconi è come la Fiat, nel senso che non incide sul giornale. Sarà che sono suo amico ma è una persona così civile, così intelligente, così raffinata – contrariamente a quello che si dice – che quanto ti esprime un'opinione lo fa quasi scusandosi, perché è rispettoso del tuo lavoro, probabilmente perché non lo faccio male... Se mi deve chiedere un favore come citare la mostra di un pittore nel taccuino è quasi imbarazzato. E se c'è da tirare fuori dei soldi lo fa, lo fa sulla fiducia. Zanussi, poverino... non lo dico con disprezzo o con odio o con rabbia, mi limito a constatare che Zanussi può fare benissimo altre cose, il corridore automobilistico, lo sciatore, il produttore di cachemire ma l'editore non lo sa fare, non lo vuole fare, non capisce, non ha la sensibilità, credo che non abbia mai letto L'Indipendente, insomma, non è capace. Io, se avessi visto delle possibilità di fare crescere L'Indipendente, ci sarei rimasto. Ma con lui non era possibile.»

Silvio si fa mai vivo?

«Da quando sono qui mi ha telefonato quattro o cinque volte, per dire che aveva saputo che il Giornale va bene e per complimentarsi. Oppure per dire che era stato amareggiato da un articolo, ma senza mettere lingua... Anzi, una volta mi ha detto che faccio bene perché interpreto l'opinione pubblica.»

Ha detto anche, quest'estate a Portofino, che sei matto.

«Sì, quel giorno mi ha telefonato per spiegarmi che non l'aveva detto, ma sono convinto che l'ha detto davvero, e credo che abbia fatto bene, se mi metto nei suoi panni: quando gli uomini di Forza Italia, magari ministri, vengono attaccati sul Giornale di certo vanno a lamentarsi, e lui cosa vuoi che risponda, risponde che Feltri è pazzo, che è peggio di Montanelli. E fa benissimo. Ma che lo pensi veramente non credo... Beh, forse qualche volta l'ha anche pensato.»

E a te piace il Giornale?

«Ogni tanto mi chiedo: "Ma perché lo comprano?" Lo guardo e – proprio come tu sei stato critico – magari mi confido con Belpietro, che si offende un po': "Sai che fa schifo questo giornale?" gli dico. "Guarda, qui è sbagliato, qui è sbagliato, qui è volgare, qui è sciatto. Perché ce lo comprano?" Lui allora mi fa vedere il Corriere che ha tre errori, Repubblica che ne ha quattro, la Stampa che ne ha cinque, e allora sai... Che vuoi che ti dica. Del resto sembrava che quando non ci fosse più stato Montanelli sarebbe crollata non solo la tiratura ma tutto il palazzo, e invece abbiamo guadagnato 100.000 copie.»

In conclusione: perché sei bravo? Qual è il segreto del tuo successo?

«Curo molto il giornale, le foto, i titoli, e soprattutto cerco di non annoiare il lettore. A parte questo, che mi sembra il minimo, credo che il successo sia determinato molto dalla spontaneità e dalla sincerità. Se tu sei sincero nel sostenere certe cose, dai a quello che fai e a quello che dici una forza che è anche possibilità di convincere. Io non scrivo mai se non sono convinto di quello che dico, e allora riesco a convincere anche qualcun altro.»

Il tuo sogno è di fare il direttore-editore.

«Sì, perché editori e giornalisti hanno esigenze diverse, non si capiscono, e la cosa migliore è l'editore-direttore.»

Pensi di farcela?

«No.»

Ma come sarebbe un giornale tuo?

«Molto diverso da questo, e anche dall'Indipendente. Vorrei un giornale che prescindesse dal notiziario banale, quotidiano, e per ogni vicenda vorrei sempre sentire due campane, una cosa elementare ma che nei giornali non si fa quasi mai. E lo vorrei senza una linea politica rigida, che faccia un po' di movimentismo, che faccia delle cose nuove nella ricerca delle notizie, nello stile di scrittura, che ogni volta sia un piccolo racconto, fregandomene delle lunghezze, perché un articolo bello è sempre troppo breve.»

Già, ma mi sembra che con questa intervista, quanto a lunghezza, abbiamo osato anche troppo.
«
Chiudiamo. Ma tu perché fai interviste, scusa? Tu sei un creativo, che te ne frega di quello che ti dicono gli altri? E poi perdi un sacco di tempo, e...»