Telefonini

Se avessi un figlio il telefonino glielo comprerei subito eccome, anche a otto anni. Ormai è barbarico considerarlo un oggetto di consumo o un sofisticato giocattolino: è quello che è, un prezioso strumento di comunicazione, e a me piacerebbe assai sentire cosa fa il pupo, e che lui possa chiamarmi in ogni momento. Certo, la medaglia ha i suoi inconvenienti. È di questi giorni la notizia che il sindaco di New York ha proibito agli studenti di tutte le scuole pubbliche di andare a lezione con il cellulare, anche spento o in cartella, impegnando addirittura i metal detector, che però c’erano sempre stati per via delle armi. (Questo particolare ci consola, almeno le armi in aula non le temiamo ancora). Distraggono gli studenti, dicono, e a volte vengono usati per scopi “non appropriati”, che poi sarebbero farsi aiutare nei compiti, giocare e amoreggiare.
I precedenti divieti contro armi, droghe e figurine erano piaciuti molto anche ai genitori, ma questo no. «Le autorità di New York vivono fuori dalla realtà», dichiarano genitori e studenti: «In un’epoca d’attentati e blackout il cellulare è una garanzia di sicurezza e un filo diretto che tiene unite le famiglie.» Ma lasciamo da parte quello che succede in America. Il cellulare è protagonista di grandi cambiamenti culturali, nel senso più ampio, come quello già in atto in Giappone e che arriverà anche da noi. Quasi più nessuno usa il cellulare appoggiandolo all’orecchio, quasi più nessuno s’ingobbisce per portare gli occhi a dieci centimetri dal piccolo schermo mentre con i pollici scrive un sms. A Tokio i ragazzi tengono il telefonino alla stessa distanza con la quale guarderebbero lo schermo di un computer: ampi schermi con grandi icone a colori rendono visibilissimo ogni servizio, dai giochi alle notizie, dalle partite di calcio al meteo. Da noi nel 2002 si spendevano 250 milioni di euro in messaggini e servizi vari, e si prevede che nel 2003 la cifra andrà oltre i 400 milioni, finché verranno sostituiti da vere e proprie e-mail. Con i nuovi cellulari, poi, si potrà navigare in Internet senza limiti. Uno strumento capace di simile trasformazioni della gestualità, di simili corse al futuro, di simili slanci d’uso non verrà di certo fermato da una circolare ministeriale o dalla volontà del sindaco di New York. Io trovo bello e giusto che, in una scuola arcaica e polverosa come la nostra, siano proprio gli studenti (che hanno già portato i computer) a introdurre quest’altra tecnologia avanzata e graziosa. Di che si ha paura, che amoreggino? Amoreggino. Solo l’insegnante bravo e autorevole, non autoritario, può ottenere la disciplina vera. Che si facciano aiutare nei compiti? Che si facciano aiutare: ancora compiti, ancora esamini? L’allievo bravo e intelligente è quello che ottiene il meglio e il massimo con gli strumenti di cui dispone, non con quelli mutilati punitivamente da qualcuno che non appartiene alla sua cultura. Lasciamoli creare il loro nuovo, straordinario linguaggio con i telefonini. Due sole condizioni: da usare soltanto fra una lezione e l’altra e con la suoneria silenziosa. Ovvio.